mercoledì 31 ottobre 2012

Un racconto aspettando la notte di Halloween

Non ha a che fare con le verdure, però quando l'abbiamo letto ci è piaciuto tanto, così tanto da volerlo condividere con voi, perché riguarda il mondo contadino di cui facciamo parte e del quale è bello tramandare  le tradizioni. Tratto dal diario (blog) dei nostri amici della "Laita, la contrada del gusto" ecco a voi un racconto che "parla della nuova festa di Halloween, vista attraverso gli occhi di un vecchio contadino, abituato all'antica ricorrenza 'dei defunti'". Buona lettura!



Il ritorno

La macchina aveva rallentato prima di imboccare lo stretto passo carraio. Ne aveva riconosciuto il rumore, prima ancora di scorgere il fascio dei fari puntato contro il vetro della finestra. Alla sua età i rumori avevano acquistato una consistenza particolare, divenendo punti di riferimento più delle stesse parole. Quelle, a volte stentava a capirle. Come quella storia di Halloween, di cui avevano trasmesso poco prima alla televisione. Storie di streghe e di ragazzi che corrono per le strade a fare scherzi alla gente. Aveva scrollato le spalle sorridendo.
Fuori i rumori che sospettava: la portiera che si apre, i passi sulla ghiaia, il campanello. 
“Dolcetto o scherzetto”, avevano  detto i bambini travestiti da mostri. Li aveva riconosciuti ed era scoppiato a ridere. Proprio come alla televisione. Aveva dato le caramelle ai  nipoti e chiamato dentro suo figlio. “No, non mi fermo stasera papà. Magari ripassiamo domani. Devo portare i ragazzi alla festa di  Halloween”. Il vecchio aveva sorriso. “A domani allora”. Poi la macchina era ripartita scomparendo nella nebbia. La nebbia, quanta ne aveva mangiata la notte, mentre con Momi, Milio, Paolin e Renso facevano ritorno dal filò dei Moretto. Ma allora non c’erano tutte le macchine di adesso, ed al massimo andavi a finire dentro al fosso od in mezzo alle canne del mais, se avevi bevuto un po’ troppa graspìa.
“Meglio così se non si sono fermati”, aveva mormorato il vecchio fra sé. “Stanotte sono lo stesso in buona compagnia”. Prima di sedersi, aveva gettato un grosso pezzo di legna sul fuoco, catturato dal movimento ipnotico delle fiamme. Stava dicendo il rosario a quell’ora. Lo diceva ogni sera da solo. Da quando la Bertilla aveva fatto sanmartin ed aveva traslocato “dall’altra parte”. Sopra la tavola il fiasco con il vino nuovo, e sul piatto un pezzo di patata americana, proprio come sti ani. Se avesse avuto ancora tutti i suoi denti, e non quelli da rastéo che si ritrovava adesso,  ci sarebbero state  anche le castagne. Immaginò la Bertilla, seduta accanto al focolare che scrollava la testa sorridendo per queste sue matità.  Ma per lui certi riti andavano rispettati. Li aveva sempre onorati per anni e  non  avrebbe certo trasgredito questa volta. 
Finì il rosario con calma, lasciando scorrere lo sguardo sulle ombre delle fiamme proiettate sulla parete. Si versò un bicchiere di vino, di quello nuovo che gli aveva portato Tano, il vicino di casa, ed incominciò a chiamarli piano. Per nome, uno alla volta.
“Bepo”. Era suo padre. Lo ricordava con ammirazione, anche se molte volte le sue mani pesanti si erano abbattute con forza sulla sua schiena irrequieta. Erano arrivati alla fattoria da “obbligati”, poi avevano fatto il salto ed erano diventati  mezzadri, quindi fittavoli ed infine proprietari. Adesso suo figlio aveva venduto metà della campagna ai confinanti e con il ricavato aveva aperto un negozio in città. Era per questo che Bepo, ogni volta, si presentava serio, immaginò. Un tantino imbronciato. Ma a ben pensarci, non ricordava di averlo mai visto sorridere. Neppure quella volta che aveva trovato nella minestra la pelle della ciupinara, che lui e Paolin avevano messo ad asciugare sulla nappa del camino e che poi, inspiegabilmente, era caduta proprio dentro al minestrone che bolliva attaccato alla catena sul focolare. “Madona che coéssa”, aveva mormorato Paolin mettendosi a ridere forte. Bepo l’aveva buttata per terra ed aveva continuato a mangiare senza tante storie.
“Maria”, sua madre. Quante ne aveva passate da giovane, in una casa con cinquanta persone. Quattro “colonne” tutte nella stessa cucina e lei, che era la moglie del fratello maggiore, a cucinare per tutti. A quarant’anni aveva fatto un po’ di esaurimento, ma con l’affitto della terra era passata anche la depressione. Andava alla messa prima ogni mattina e, nonostante le scarse risorse, alla domenica non aveva mai fatto mancare la putana o el busolà.
“Milio”, so compare. Lo ricordava con il fucile ancora a tracolla. Andavano a casoto insieme alla mattina presto, dopo aver rimosso la lettiera delle vacche, prima della mungitura. Un giorno avevano abbattuto più di duecento lodoe. Tutte addosso agli  specchietti, come le paeje alla lampadina. Quella volta la Bertilla aveva pelato uccelli per un giorno intero, aiutata dalla santola e dalle figlie. Dalla cucina il profumo dello spiedo, e la voce della caccia miracolosa, avevano percorso tutte le “storte” fino al paese.  E la sera si erano ritrovati in cinquanta attorno alla tavola, tanto da doverla trasportare sotto il portico, per poterla allungare con quattro assi messe sopra le balle di paglia. Che festa. Era venuto anche don Severino, Piereto favaro, il farmacista e tutti gli amici del paese; chi con un dolce, chi con un salame. Le donne avevano aiutato la Bertilla a portare in tavola ed avevano mangiato in cucina, ridendo ed alzando un po’ il gomito. 
Con Milio erano cresciuti insieme fin da piccoli, compagni di giochi e di avventure. Ricordava che facevano a gara a chi pisciava più distante, e d’inverno passavano e ripassavano tutte le siese con la fionda, a caccia di ociti poini. Doveva essere nata  allora la passione per la caccia. Un sorriso gli aveva attraversato le labbra. Quella volta, nascosti dentro al fosso, avevano portato via la scala da sotto la siaresara, dopo che le ragazze vi erano salite sopra per ciliege. La Bertilla aveva le mutande a fiori, la Milia a quadri e la Cia non ce le aveva proprio. Quante risate, quel giorno. Ma il giorno dopo erano corsi a gran velocità  a confessarsi da don 
Faraone, un poco vergognosi e pentiti, ma più che altro “consigliati” dalla mano pesante della Maria, alla quale le ragazze lo erano andate a raccontare.
“Toni”, suo fratello maggiore. Lo chiamava ogni volta con un filo di voce. Con una certa apprensione dentro, non sapendo per certo se anche lui fosse già passato dall’altra parte con tutti gli altri. La sua ultima lettera l’avevano ricevuta dal Don l’uno gennaio del  quarantatre. “Carissimi genitori”, scriveva, “vengo a voi con questo mio scritto facendovi presente del mio buono stato di salute, come pure vorrei sperare di voi”. Il foglio con l’intestazione del Partito Nazionale Fascista e con le massime di Mussolini, era logoro ormai. L’inchiostro sbavato dalle molte lacrime che Maria aveva versato su quell’ultima lettera. “Cari genitori”, finiva, “io con l’aiuto e la grazia di Dio mi trovo pacifico e tranquillo e termino salutandovi e baciandovi e 
facendovi mille auguri di buon anno a voi e tutta la famiglia. Pregate per me ciao”. Di solito terminava con un “ciao, state allegri”. Dopo quella lettera non avevano più ricevuto sue notizie. Disperso in Russia. Era partito a diciannove anni, lasciando il cuore nei campi e nella numerosa famiglia di contadini. Scriveva una lettera ogni altro giorno, per rassicurare sulla sua salute e per chiedere informazioni sulle semine, sui parti, sulla raccolta del sorgo sucarin e dell’uva. Nelle ultime lettere aveva scritto che gli scarponi si stavano aprendo come se fossero stati di cartone ma che loro avevano rimediato fasciandoli con pezzi di stoffa e spago.
“Caro fratello”, aveva scritto nel novembre del quarantadue, “Ho sentito che la vendemmia quest’anno é andata bene. Tieni da parte un “vedolo” di moscato che quando ritorno facciamo insieme una bella bala”. La botticella era ancora in cantina, nascosta sotto i basari. Un giorno o l’altro avrebbe trovato il coraggio di aprire il  cocon per sentire se il vino era andato aceto.
Le ombre del fuoco danzavano sui muri della cucina, a volte piegandosi come il vecchio Bepo imbacuccato nel tabarro, altre volte  alzandosi di scatto come Milio quando puntava al fagiano alzato dal cane. 
“Bertilla”, aveva mormorato con un filo di voce. L’anno scorso avevano vegliato insieme, ma adesso anche lei se n’era andata via con tutti gli altri. Avevano fatto all’amore per tre anni, dopo si erano sposati. Adesso per fare all’amore intendevano qualcos’altro, ma lui non provava rammarico per il loro fidanzamento all’antica. Quando aveva tentato di spiegarlo a Giacomo, suo figlio, aveva preso ad esempio la fugasa de pasqua. “Vedi come fa tua madre”, gli aveva detto. “La impasta la sera e la notte tiene la stufa accesa e la lascia riposare. E il giorno dopo aggiunge altra farina e la impasta una seconda volta, e ancora la lascia riposare in pace. E guarda che “fugasse” escono dopo dal forno: belle alte, morbide e piene di gusto. L’amore é come una fugassa de pasqua. Se la metti in forno senza prima  averla fatta lievitare, ne otterrai 
una ciabatta dalla crosta dura e cruda dentro, buona neanche per il maiale”. Doveva essersi spiegato male, perché il matrimonio di Giacomo, impastato senza lievito, si era ben presto rivelato insipido e buono a niente.  Povera Bertilla. Quanti pesi avevano sopportato le sue spalle minute: la morte tragica dei genitori, i sospetti velenosi della cognata, l’arteriosclerosi della Maria, il divorzio di Giacomo, il pensiero per Alessandro, il figlio più giovane di Matteo, che aveva incominciato a frequentare compagnie balorde. 
Il vecchio aveva guardato con la coda dell’occhio le lancette dell’orologio. Erano passate le undici da pochi minuti. Con fare incerto si era alzato dalla sedia, diretto verso la credenza. Avrebbe preparato la tavola per loro, con i piatti ed i bicchieri puliti. Ed al centro il  bottiglione di vino nuovo ed un piatto di patate americane, proprio come “na volta”.. Bepo a capo tavola, la Maria di fronte. E intorno Milio, Toni e la Bertilla. Alla salute, aveva detto alzando il bicchiere per la seconda volta. Nel focolare aveva gettato un altro grosso pezzo di legna. La stanza doveva rimanere al caldo, che loro stanotte sarebbero tornati a casa, scivolando piano lungo la catena del camino. Per terra aveva sparso un sottile strato di cenere, come per preservare 
i loro piedi dall’umidità di questo mondo. Lo faceva ogni anno. La mente per un attimo era ritornata alle scene trasmesse dalla televisione: la festa di Halloween,  ragazzi che ballavano al chiaro di zucche colorate, correndo di casa in casa a fare scherzi. “Dolcetto o scherzetto”, gli avevano detto i bambini quella stessa sera. Chissà che cosa volevano dire. Forse non lo sapevano neppure loro. Scrollando il capo si era alzato dalla sedia, diretto verso la camera. Ma prima di lasciare la stanza aveva posato per un istante lo sguardo sul sottile velo di cenere e, per un attimo brevissimo, gli parve di scorgere l’impronta grossa delle sgalmare di Bepo, quella piatta delle socole della Maria, il battistrada a righe di  Milio ed  il piede sottile della Bertilla. 
La mano era già all’interruttore della luce, quando un nodo, improvviso, gli era salito alla gola. 
Fra quelle impronte conosciute quest’anno,  per la prima volta, ve n’era una di nuova. Era uno 
scarpone militare, dalla suola fasciata con un logoro pezzo di stoffa e spago.
“Toni”, mormorò il vecchio, mentre le lacrime gli salivano agli occhi. “Bentornato a casa”.




3 commenti:

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